
OCCHIO RAGAZZI - IL MOSTRO DI FIRENZE
È una notte senza luna quella del 6 giugno 1981, quando le campagne di Scandicci si trasformano nel teatro di un orrore destinato a segnare per sempre la cronaca nera italiana. Nella quiete innaturale di Mosciano, Giovanni Foggi, dipendente delle Ferrovie di ventinove anni, e Carmela De Nuccio, impiegata ventunenne, cercano un momento di intimità nella loro auto. Dal buio emerge la sagoma di un assassino che fredda Giovanni con tre colpi e lacera il corpo di Carmela con altri cinque proiettili. Non si tratta di un "semplice" duplice omicidio: con una brutalità chirurgica, il killer trascina la ragazza in un fosso e le asporta la zona pubica. È la firma del Mostro di Firenze.
Da quel momento, il terrore diventa palpabile in tutta la regione: nessuna coppia appartata è più al sicuro. Gli inquirenti fanno subito una scoperta agghiacciante: la pistola che ha sparato a Mosciano, una Beretta calibro 22 caricata con proiettili Winchester marchiati con la lettera "H" sul fondello, non è nuova. Aveva già ucciso nel 1968 a Signa, togliendo la vita all'amante Antonio Lo Bianco e a Barbara Locci, risparmiando solo il piccolo Natalino che dormiva in auto. Aveva sparato ancora nel 1974 a Borgo San Lorenzo, trucidando Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore in un massacro culminato con novantasei coltellate sul corpo della ragazza e l'inserimento di un tralcio di vite nella sua vagina.
La caccia all'uomo si fa disperata, costellata di false piste e capri espiatori. Il primo a finire nel mirino è Enzo Spalletti, un "guardone" noto per spiare le coppie nelle campagne. Arrestato a causa dei suoi silenzi, viene però scarcerato in modo clamoroso quando il Mostro colpisce ancora. Il 22 ottobre 1981, a Travalle di Calenzano, l'assassino massacra Stefano Baldi e Susanna Cambi; Spalletti era in cella, il suo alibi è inattaccabile. Le indagini ripartono e si concentrano sulla cosiddetta "pista sarda". Stefano Mele, condannato per il delitto del '68, fa il nome di Francesco Vinci, anch'egli amante di Barbara Locci. Vinci viene arrestato, la città tira un respiro di sollievo, ma è un'illusione che dura poco. Il 9 settembre 1983, a Giogoli, il killer uccide due turisti tedeschi, Horst Meyer e Jens Uwe Rusch, nel loro furgoncino Volkswagen. Il Mostro, confuso dalla chioma bionda di Jens, ha scambiato i due giovani per una coppia eterosessuale. La Beretta calibro 22 ha fatto di nuovo fuoco: la pista sarda crolla definitivamente e Vinci viene scagionato.
Firenze e la provincia sprofondano nel panico. La Questura diffonde volantini con la scritta "Occhio ragazzi", un invito alla prudenza che diventa l'emblema di una generazione derubata della propria libertà. I genitori lasciano le case libere ai figli, le coppiette parcheggiano le auto vicine per simulare uscite di gruppo e coprono i finestrini con i giornali, ma non basta a fermare il sangue. Viene istituita la SAM (Squadra Anti Mostro), e i poliziotti arrivano a fingersi innamorati nelle campagne per tendere una trappola all'assassino, che però si dimostra troppo astuto. Il 19 giugno 1982 a Baccaiano uccide Paolo Mainardi e Antonella Migliorini; Paolo tenta disperatamente la fuga in retromarcia, ma l'auto finisce in un fosso e i fari vengono distrutti dai colpi del boia invisibile. Il 29 luglio 1984, a Vicchio, tocca a Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Da questo immenso dolore emerge la figura di Renzo Rontini, padre di Pia, che abbandona il lavoro per dedicarsi interamente alla ricerca della verità, lottando contro il Mostro fino alla morte per un infarto che lo colpirà proprio davanti alla Questura di Firenze.
L'apice del terrore e della macabra sfrontatezza arriva nel 1985. A Montemorello, una coppia di francesi viene allontanata da un guardiacaccia; al posto della loro tenda vengono ritrovati tre misteriosi cerchi di pietre, simboli che gli esperti associano all'esoterismo. L'8 settembre, a Scopeti di San Casciano, il Mostro squarcia la tenda dei due ragazzi francesi, Nadine Mouriot e Jean-Michel Kraveichvili. Jean-Michel tenta la fuga ma viene raggiunto e pugnalato a morte. Nadine subisce l'asportazione del pube e del seno sinistro. Poi, la sfida estrema alle istituzioni: l'assassino invia alla Procura di Firenze una lettera contenente un lembo di pelle del seno della donna.
Le indagini svoltano nel 1986 con l'arrivo dell'investigatore Ruggiero Perugini, che introduce i computer nell'analisi dei dati e restringe il cerchio a un solo nome: Pietro Pacciani. Agricoltore noto per il suo temperamento violento, Pacciani era già stato condannato per aver ucciso a coltellate l'amante della sua fidanzata nel 1951 ed era accusato di abusi sulle figlie. Nelle sue proprietà salta fuori una cartuccia Winchester con la lettera "H", occultata in un palo di cemento. Pacciani riceve un avviso di garanzia nel 1991, viene condannato a 14 ergastoli in primo grado, per poi essere assolto in appello nel 1996. Morirà nel 1998 per un sospetto arresto cardiaco, portando molti segreti nella tomba prima di affrontare il nuovo processo in Cassazione.
Ma l'accusa, guidata dal PM Paolo Canessa e dal commissario Michele Giuttari, non molla la presa e scopre una verità sconvolgente: il killer non era un lupo solitario. Sotto pressione, il manovale Giancarlo Lotti confessa e ammette di aver partecipato a quattro omicidi insieme a Pacciani e all'ex postino Mario Vanni. Nasce il caso dei "compagni di merende". Vanni e Lotti vengono processati e condannati, ma nelle motivazioni della sentenza il giudice inserisce un elemento dirompente: i tre non hanno agito per conto proprio, ma su commissione.
Si apre così il capitolo più buio della vicenda, quello dei mandanti e del "livello superiore". Secondo le testimonianze di Lotti, i feticci umani venivano consegnati a un medico in cambio di denaro. Gli accertamenti patrimoniali confermano movimenti ingiustificati: Pacciani e Vanni, nonostante le vite modeste, avevano accumulato svariate decine di milioni di lire, immobili e buoni postali. I riflettori si accendono sul dottor Francesco Narducci, ufficialmente morto annegato nel lago Trasimeno nell'ottobre del 1985. Una clamorosa riesumazione del 2002 rivela che Narducci fu in realtà strangolato. Le indagini perugine e fiorentine coinvolgono poi il farmacista di San Casciano, Francesco Calamandrei, accusato di far parte del giro dei mandanti, ma l'uomo verrà successivamente assolto. Attorno all'intera inchiesta rimane un'inquietante scia di cadaveri, decine di testimoni o conoscenti morti in circostanze inspiegabili: da Francesco Vinci, trovato incaprettato e carbonizzato, a Renato Malatesta, un suicida impiccato ma trovato con i piedi che toccavano il pavimento.
Oggi, quella del Mostro di Firenze rimane una ferita collettiva, un abisso di dolore che non ha trovato giustizia piena. Resta il profondo scetticismo sull'ipotesi che tre emarginati abbiano potuto organizzare tutto questo da soli, senza l'ombra protettiva di una rete potente e senza volto. Ma soprattutto, restano i nomi e i sorrisi di Giovanni, Carmela, Stefania, Pasquale, Susanna, Stefano, Paolo, Antonella, Pia, Claudio, Horst, Jens, Nadine e Jean Michel. Vite e amori spezzati che l'Italia non ha dimenticato, perché finché la verità non sarà scritta per intero, la memoria resterà l'unico rifugio contro l'oscurità.

COSTA CONCORDIA: UN SOGNO DIVENTATO INCUBO
Era una vera e propria città galleggiante, un gioiello di ingegneria navale da oltre 114mila tonnellate concepito per essere il rifugio perfetto di quattromila anime. Venerdì 13 gennaio 2012, alle 21:45, nei saloni dorati della Costa Concordia la spensieratezza regna sovrana. Poi, un boato sordo, profondo, simile a un tuono proveniente dalle viscere della terra, squarcia l'aria e scuote il gigante d'acciaio dalle fondamenta. I tavoli si inclinano, i piatti si schiantano al suolo e la luce muore improvvisamente, tingendo i corridoi del rosso spettrale delle luci di emergenza. Dagli altoparlanti, voci incerte parlano di un banale "problema tecnico", ma in realtà quella vibrazione è il suono di uno scoglio di granito che ha appena aperto uno squarcio mortale nel fianco della nave.
La Costa Concordia non era una nave qualsiasi. Varata nel 2005, era l'ammiraglia della flotta, la più grande della Marina mercantile italiana, lunga quanto tre campi da calcio e capace di ospitare una popolazione pari a quella di un piccolo comune. Quella sera era partita da Civitavecchia per l'itinerario invernale "Profumo d'agrumi nel Mar Mediterraneo". La rotta ufficiale per Savona prevedeva una navigazione sicura al largo, a circa 16 nodi di velocità. Ma in plancia, sotto il comando di Francesco Schettino, si decide di deviare. L'obiettivo è il cosiddetto "inchino" all'Isola del Giglio, una pratica tollerata ma rischiosa, chiesta per fare un favore al maître Antonello Tievoli e omaggiare un ex comandante. Alle 21:04, la prua abbandona l'autostrada del mare e punta decisamente verso l'oscurità della costa.
Quando Schettino assume il comando effettivo alle 21:39, la nave viaggia a quasi 16 nodi, troppi per sfilare a mezzo miglio dalla costa in una notte senza luna. La manovra di accostata arriva troppo tardi; il timoniere tenta disperatamente di virare, ma l'inerzia mostruosa del transatlantico non perdona. Alle 21:45 e sette secondi, lo scoglio delle Scole funge da gigantesco apriscatole, lacerando il fasciame per oltre 35 metri. L'acqua irrompe con violenza inaudita, sommergendo in pochi minuti i motori di propulsione e i generatori diesel. Il cuore della Concordia viene annegato e la nave, ormai ingovernabile, prosegue la sua corsa per inerzia superando il porto prima di iniziare una lenta rotazione su se stessa, spinta dal vento verso Punta Gabbianara.
È in questi istanti che l'incidente nautico si trasforma in un crimine di negligenza. Invece di lanciare l'allarme generale, sulla plancia cala una cappa di omissioni e bugie. Schettino chiama l'unità di crisi a terra ammettendo di aver "fatto un casino", ma alle Capitanerie di Porto di Civitavecchia e Livorno viene servita la rassicurante e falsa versione di un semplice blackout in fase di valutazione. Trascorre un'ora e nove minuti tra l'impatto e l'ordine di abbandonare la nave. In questo vuoto temporale fatale, l'equipaggio, disinformato dalla plancia, invita migliaia di passeggeri terrorizzati a tornare nelle proprie cabine, trasformando i luoghi di riposo in potenziali trappole mortali. L'omertà di bordo crolla solo grazie a una telefonata giunta alla caserma dei carabinieri di Prato da parte della figlia di una passeggera in preda al panico, che spinge la Guardia Costiera a pretendere la verità da un ponte di comando sempre più evasivo
Quando finalmente, alle 22:54, viene ordinato l'abbandono nave, la Concordia è coricata sul fianco e l'evacuazione degenera in una disperata arrampicata. Sul lato sinistro le scialuppe restano incastrate contro la fiancata rialzata, mentre i corridoi trasversali diventano pozzi profondi dove 18 persone perdono la presa scivolando verso la morte. L'orrore si completa alle 23:19: il Comandante Schettino abbandona la plancia, lasciando la sua nave nel momento più buio. Poco dopo la mezzanotte, mentre centinaia di persone sono ancora intrappolate a bordo, Schettino è già al sicuro all'asciutto sugli scogli. La sua diserzione morale culmina nella drammatica telefonata delle 01:46 con il Capitano di Fregata Gregorio De Falco, che da Livorno gli intima senza successo il celebre "Vada a bordo, cazzo!", scontrandosi con le scuse balbettanti di un comandante che ha rinnegato il codice etico del mare. A sopperire al vuoto di leadership intervengono gli aerosoccorritori calati dagli elicotteri, i vigili del fuoco e l'intera comunità dell'Isola del Giglio, che spalanca le porte delle case e della chiesa per accogliere una marea umana di naufraghi infreddoliti.
Ma questa tragedia era davvero imprevedibile? Le carte dell'inchiesta svelano che la Concordia non è arrivata al Giglio immacolata. Nel 2008 il vento l'aveva spinta contro un bacino galleggiante a Palermo, danneggiando la fiancata di dritta, mentre nel 2010 a Savona aveva urtato violentemente una gru. C'è di più: il vero preludio al disastro è psicologico. Poche settimane prima del naufragio, a Marsiglia, il primo ufficiale Ciro Ambrosio aveva osato contestare a Schettino la decisione di uscire dal porto con 60 nodi di vento. La risposta del comandante fu una nota caratteristica negativa che macchiò la carriera del giovane ufficiale. Quel gesto instaurò una cultura della paura: chi contesta l'autorità, paga. Quella notte davanti al Giglio, il ricordo della punizione di Marsiglia paralizzò gli ufficiali, bloccando le obiezioni che avrebbero potuto invertire la rotta e salvare decine di vite.
Il processo giudiziario che ne seguì, trasferito nel Teatro Moderno di Grosseto per capienza, divenne un colossale spettacolo mediatico. Mentre gli altri ufficiali e i dirigenti della compagnia patteggiavano pene inferiori ai tre anni, Schettino fu lasciato solo al centro della scena, identificato come il Grande Inquisito. La difesa tentò invano di scaricare la responsabilità su un errore dell'ultimo secondo del timoniere indonesiano o sui malfunzionamenti dei generatori. Ma per la Procura non furono i guasti a uccidere, bensì quel ritardo criminale di 69 minuti nell'evacuazione. Condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, Schettino ha varcato le porte di Rebibbia nel 2017. Nel frattempo, un'impresa titanica costata oltre un miliardo di euro permetteva il miracolo del Parbuckling: la nave fu raddrizzata, fatta galleggiare nuovamente e trainata a Genova per essere smembrata pezzo per pezzo ed essere riciclata.
Oggi, sul molo di Giglio Porto, una lapide scolpita nella pietra ricorda le 32 vittime di quel venerdì nero. Tra quei nomi ci sono Russel Rebello, il cameriere ritrovato solo mille giorni dopo lo schianto, e Dayana Arlotti, una bimba di cinque anni morta abbracciata al suo papà mentre l'acqua chiudeva ogni via di fuga. La tragedia ha obbligato l'industria marittima a regole più ferree, imponendo esercitazioni prima della partenza per evitare che l'incubo si ripeta. Della Costa Concordia oggi non resta nulla di visibile, ma l'eco di quella notte continua a soffiare tra le rocce del Giglio, un severo e indelebile monito del fatto che il mare non perdona la superbia e che un comandante è tale solo se accetta il peso di restare l'ultimo a bordo.
La Francy Ti Racconta
I Grandi Casi Italiani
La Francy Ti Racconta
i Grandi Casi Italiani
La Francy Ti Racconta
i Grandi Casi Italiani
Clicca per vedere il Video

Clicca per vedere il Video

Clicca per vedere il Video
Immaginate l'Emilia-Romagna degli anni Ottanta e Novanta, il cuore pulsante e ricco del nostro Paese, da sempre in cima alle classifiche per qualità della vita. Immaginate di tornare a casa la sera e di fermarvi a un semaforo, mentre al vostro fianco si accosta l'utilitaria più anonima e diffusa d'Italia: una Fiat Uno di colore bianco . Per sette, interminabili anni, quella semplice sagoma ha rappresentato il terrore puro, seminando morte e distruzione in una scia di sangue che conta centotré azioni criminali, centoquindici feriti e ventiquattro persone uccise a sangue freddo . Ma la verità più agghiacciante di questa discesa agli inferi non risiede nel numero delle vittime, bensì nell'identità dei carnefici: i mostri non erano criminali comuni, mafiosi o terroristi, ma uomini che indossavano la divisa della Polizia di Stato . Al vertice di questo commando c'erano i fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, a cui si unirono i colleghi Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli; l'unico civile del gruppo era Fabio, camionista e co-fondatore, ma feroce quanto i fratelli poliziotti .
Tutto ha inizio in modo quasi rudimentale il 19 giugno 1987, quando al casello autostradale di Pesaro un'auto si affianca al pedaggio e i passeggeri, armi alla mano, rapinano l'incasso di un milione e trecentomila lire . La vettura non è ancora una Uno, ma una Fiat Regata grigia intestata all'agente Alberto Savi, a cui è stata apposta una targa falsa . Ci prendono gusto e, nel giro di due mesi, mettono a segno tredici rapine ai caselli per un bottino di novanta milioni di lire . Ma l'avidità li spinge ad alzare il tiro: nell'autunno del 1987 tentano un'estorsione ai danni del concessionario riminese Silvano Grossi, con cui Fabio Savi aveva dei debiti . La polizia organizza una trappola lungo l'autostrada A14, ma i criminali, dotati di una percezione tattica assoluta, capiscono l'inganno e aprono il fuoco contro l'auto civetta . In quell'inferno di proiettili, il sovrintendente Antonio Mosca viene colpito al volto; morirà dopo un lungo calvario nel 1989, diventando la prima vittima di una lunga serie . A sparargli erano stati i suoi stessi colleghi.
Da quel momento, la banda fa un salto di qualità militare: cambiano auto, scegliendo la diffusissima Uno (che useranno in realtà solo in 17 dei loro 103 crimini, sebbene la stampa del 1991 li battezzerà per sempre così), e mettono nel mirino i supermercati Coop e i furgoni portavalori . Iniziano a usare esplosivi, pistole di grosso calibro e fucili a pompa, mietendo vittime come le guardie giurate Giampiero Picello e Carlo Beccari . Ma ciò che lascia gli inquirenti sgomenti è la totale sproporzione tra i bottini irrisori e la violenza gratuita: la banda uccide guardando le vittime in faccia, applicando una spietata strategia del terrore per consolidare la propria aura di invincibilità . La loro regola aurea è non lasciare mai testimoni . Nel giugno del 1989, a Bologna, il pensionato Adolfino Alessandri viene crivellato di colpi solo perché, attratto dal rumore di una rapina, si era avvicinato in bicicletta e aveva gridato contro i banditi . Nel 1993, il ventunenne Massimiliano Valenti viene braccato come una preda e giustiziato in un fossato per il solo fatto di aver assistito accidentalmente a un cambio d'auto dei killer .
Il punto di non ritorno, l'attacco diretto al cuore dello Stato, si consuma la sera del 4 gennaio 1991 nel quartiere Pilastro di Bologna, avvolto da una nebbia impenetrabile . Una pattuglia dei Carabinieri con a bordo i giovanissimi Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini sorpassa per caso una Uno bianca . I fratelli Savi, paranoici e spietati, credono che i militari stiano prendendo la targa; Roberto Savi non esita, imbraccia un fucile d'assalto Beretta AR 70 e scarica una pioggia di piombo letale contro la pattuglia . Nonostante un'eroica resistenza dei carabinieri, che riescono a ferire Roberto di striscio, i killer li finiscono con dei colpi di grazia alla nuca prima di rubare il loro ordine di servizio come macabro trofeo . Il Paese precipita nel terrore e la pressione sugli inquirenti genera un vortice di clamorosi depistaggi. La diciassettenne Simonetta Bersani si inventa testimone oculare e fa arrestare gli innocenti fratelli Santagata, innescando una maxi-operazione antimafia con 191 arresti nel quartiere . Si inseguono i fantasmi del terrorismo, le rivendicazioni della "Falange Armata" e l'ombra dei servizi segreti deviati legati a Gladio .
Eppure, il mostro sedeva letteralmente nelle stesse stanze degli inquirenti, ascoltando le loro radio per eludere i posti di blocco . Nel gennaio 1991, la Scientifica aveva stabilito che l'arma del Pilastro era un AR 70; una lista di 30 proprietari in regione riportava al 26° posto il nome di Roberto Savi, con la nota "collega" . Savi fu convocato, portò un secondo fucile nuovo di zecca che non aveva mai sparato, e l'indagine si chiuse con un sorriso informale tra servitori dello Stato . Forte di questa impunità totale, nel maggio 1991 Roberto faceva da palo mentre il fratello trucidava Licia Ansaloni e Pietro Capolungo nell'armeria di via Volturno, a due passi dalla Questura, per poi tornare ore dopo sulla scena del crimine in divisa d'ordinanza, mescolandosi tra i giornalisti e i colleghi della Scientifica . La banda arrivò persino a pianificare a tavolino attentati contro i campi nomadi e omicidi di immigrati senegalesi, uccidendo innocenti come Patrizia Della Santina e Rodolfo Bellinati, con l'unico, diabolico scopo di depistare le indagini verso inesistenti squadroni della morte razzisti .
Ma l'arroganza senza limiti precede sempre la caduta. A scardinare questa cupola intoccabile non furono le grandi task force romane, ma l'ostinazione di due poliziotti di Rimini: l'ispettore Luciano Baglioni (sopravvissuto alla sparatoria in cui morì Mosca) e il sovrintendente Pietro Costanza . Smantellato il loro pool investigativo per invidie burocratiche, continuarono a indagare da soli e capirono l'impensabile: i killer eludevano le gabbie radio perché erano poliziotti . Il 3 novembre 1994, appostati a Santa Giustina, notarono una Fiat Tipo bianca fare un inconfondibile sopralluogo tecnico davanti a una banca . Il conducente somigliava in modo impressionante a un vecchio identikit . Pedinandolo fino a casa, scoprirono che si trattava del camionista Fabio Savi, fratello di due agenti di Polizia . Il mosaico era completo.
Il 21 novembre 1994, Roberto Savi venne arrestato all'interno della centrale operativa della Questura di Bologna, mentre Fabio, in fuga disperata, fu catturato a Tarvisio tre giorni dopo . Emerse così l'intera, marcia rete collusa: il fratello minore Alberto, l'insospettabile vice sovrintendente dell'antidroga Marino Occhipinti, l'agente Pietro Gugliotta (l'occhio telematico della banda) e Luca Vallicelli . A inchiodarli definitivamente fu la confessione della compagna diciannovenne di Fabio, Eva Mikula, che rivelò i nascondigli degli arsenali e le macabre spartizioni dei bottini . L'incubo si concluse nelle aule di tribunale, sotto lo sguardo colmo di dolore dei parenti delle vittime, con la condanna all'ergastolo per i tre fratelli Savi e per Occhipinti . Nessun complotto, nessuna entità occulta: a spezzare l'illusione fu proprio Fabio Savi che, guardando i giudici negli occhi, sentenziò gelidamente: "Dietro la Uno bianca c'è soltanto la targa, i fanali e il paraurti" . E così, sotto la cenere dell'Emilia-Romagna, rimase solo la cicatrice incancellabile di uno Stato che aveva allevato i suoi stessi carnefici.
UNO BIANCA UNA MACCHIA INDELEBILE
Contatti
Telefono
lafrancytiracconta@gmail.com
+39 338 73 50 203
© 2025. All rights reserved.
officinaemestudio@gmail.com
Partita IVA
07526380485