LA STORIA DEL CAPO DEI CAPI SALVATORE RIINA

Dimenticate il folklore, il romanticismo criminale de "Il Padrino" e l'illusione di un presunto codice d'onore: quella che ha insanguinato l'Italia per decenni è stata una guerra sporca, combattuta nel cuore del Mediterraneo tra italiani e italiani. Un'epopea di ferocia inaudita che ha il suo epicentro in un luogo segnato dal destino: Corleone. È qui, in una misera casa di via Sant'Ippolito, che il 16 novembre 1930 nasce Salvatore Riina. In un latifondo spietato dove la legge è dettata dai campieri armati, il giovane Totò impara presto che la violenza non è un'opzione, ma l'unico strumento di sopravvivenza in un mondo diviso tra padroni che possiedono tutto e servi che non hanno il diritto di alzare lo sguardo .

La sua infanzia finisce brutalmente nel 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale. Una bomba inesplosa, trovata nei campi per estrarne polvere da sparo e metallo da rivendere, deflagra uccidendo il padre Giovanni e il fratellino Francesco . A soli tredici anni, investito dall'onda d'urto ma miracolosamente sopravvissuto, Salvatore diventa il capofamiglia. Quel trauma gli porta via ogni residuo di innocenza e calcifica il suo dolore, trasformandolo in una belva affamata di potere . Al suo fianco si fa strada un altro giovane, silenzioso e riflessivo: Bernardo Provenzano. Insieme iniziano con l'abigeato (il furto di bestiame), ma la loro incontenibile ferocia attira l'attenzione del capo indiscusso della mafia locale, il medico e direttore d'ospedale Michele Navarra .

Riina entra nel giro che conta e diventa un vero e proprio "uomo d'onore". Dopo un periodo di detenzione all'Ucciardone nel 1949 a causa dell'omicidio d'impeto di un coetaneo, dove subisce il disprezzo dei raffinati e ricchi boss palermitani che lo etichettano come "viddano" (contadino), torna a Corleone con una lezione chiara: per vincere non serve la ricchezza, serve essere infinitamente più spietati . Nel 1958, alleato con l'ambizioso Luciano Liggio, massacra a colpi di mitra il suo vecchio protettore Navarra . Ma a Riina non basta uccidere il re, bisogna sterminare la corte: introduce nella mafia la filosofia della "terra bruciata", ordinando di eliminare i nemici fino al ventesimo grado di parentela, includendo i bambini di sei anni, perché "crescono, e crescendo possono vendicarsi" .

Alla fine degli anni Settanta, i "viddani" scendono a Palermo per prendersi la città. Il capoluogo è inebriato dai fiumi di denaro del narcotraffico della "Pizza Connection" e dominato da boss aristocratici come Stefano Bontate ("Il Principe di Villagrazia") e Salvatore Inzerillo . I palermitani commettono un errore fatale, il peggiore possibile: sottovalutano Riina . Mentre "u Curtu" si finge sottomesso nelle riunioni della Commissione, infiltra subdolamente i suoi fedelissimi (le "tragedie") nelle famiglie nemiche, preparando la trappola . L'inferno si scatena nell'aprile e nel maggio del 1981: prima Bontate, poi Inzerillo vengono letteralmente sfigurati a colpi di Kalashnikov AK-47 . L'uso di armi da guerra in città è una novità assoluta, il segnale di una purga staliniana che lascia le strade di Palermo disseminate di cadaveri e di scomparsi nella "lupara bianca" .

Tuttavia, nella sua folle e sanguinaria "mattanza", Riina crea inconsapevolmente l'arma che lo annienterà. Non riuscendo a scovare Tommaso Buscetta, fuggito in Brasile, decide di sterminargli la famiglia: gli uccide due figli, il fratello, il genero e i nipoti . Distrutto e svuotato, Buscetta viene estradato in Italia nel 1984 e si siede di fronte al giudice Giovanni Falcone . Nasce il "Teorema Buscetta": per la prima volta viene svelata la rigida struttura verticistica di Cosa Nostra e della sua "Cupola", infrangendo un'omertà durata secoli .

Sentitosi minacciato dalle condanne definitive del Maxiprocesso, il "Capo dei Capi" ordina una vendetta apocalittica. Il 23 maggio 1992, l'operazione in codice "Attentatuni" sventra l'autostrada A29 a Capaci con 500 chili di tritolo, nitrato d'ammonio e T4, uccidendo Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta (Montinaro, Dicillo, Schifani) . A Corleone si brinda a champagne, ma l'amico e collega Paolo Borsellino capisce che il suo tempo stringe inesorabilmente . Sulla sua celebre agenda rossa annota dettagli scottanti su una oscura "Trattativa" in corso tra pezzi deviati dello Stato e i boss mafiosi . Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio, un'autobomba imbottita di Semtex-H dilania Borsellino e cinque agenti della sua scorta in Via D'Amelio . Nel fumo e nell'odore di carne bruciata di quella "macelleria a cielo aperto", l'agenda rossa svanisce nel nulla .

Lo Stato è costretto a reagire con la legge sul carcere duro (41-bis) e inviando 7.000 soldati dell'esercito in Sicilia . Nel frattempo, nei meandri istituzionali, il vicecomandante del ROS Mario Mori avvia contatti segreti con Vito Ciancimino. Inebriato dalla sua onnipotenza, Riina fa pervenire allo Stato il famigerato "Papello": dodici richieste perentorie per fermare la mattanza in cambio di spudorati benefici carcerari . Ma la sua dittatura ha i giorni contati. L'8 gennaio 1993, le rivelazioni dell'autista pentito Baldassare Di Maggio portano la squadra d'élite "CrimOr", guidata dal Capitano "Ultimo", sulle tracce del boss . Il 15 gennaio, a un banale incrocio di Palermo, Salvatore Riina viene arrestato senza opporre resistenza . Il latitante più ricercato d'Italia aveva vissuto per un decennio indisturbato, con la sua famiglia, in un lussuoso complesso residenziale in Via Bernini 54, nel cuore della città .

Si consuma uno dei più torbidi misteri dell'inchiesta: per diciotto incomprensibili giorni, la villa viene lasciata senza alcuna sorveglianza . Quando i carabinieri finalmente decidono di varcarne la soglia, trovano un ambiente asettico, con le casseforti svuotate e le pareti imbiancate di fresco . Ninetta Bagarella e l'immenso archivio segreto di Cosa Nostra – inclusi, si sospetta, i documenti esplosivi sulla Trattativa Stato-Mafia – sono svaniti per sempre. Questa clamorosa omissione darà vita a un'aspra battaglia legale durata tredici anni contro Mori e De Caprio, conclusasi con assoluzioni, ma che lascia una ferita aperta nella storia giudiziaria del nostro Paese.

Il resto è il declino di un tiranno irriducibile. Rinchiuso al 41-bis, Riina non mostrerà mai il minimo segno di pentimento. Ancora nel 2013, intercettato all'interno del carcere di Opera, ruggiva minacciando di far fare "la fine del tonno" al magistrato Nino Di Matteo . Morirà il 17 novembre 2017 all'ospedale di Parma, portando nella tomba i segreti inconfessabili di decenni di terrore .

Oggi, scavando nel passato di questa belva, l'unico dovere dell'informazione non è quello di subirne il macabro fascino, ma di onorare la memoria di chi gli si oppose. Ricordiamo eroi immensi e isolati come Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, Libero Grassi, Don Pino Puglisi . Ricordiamo poliziotti come Boris Giuliano, Ninni Cassarà e quei giovanissimi ragazzi delle scorte trasformati in scudi umani per la nostra libertà . Ricordiamo il piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell'acido a soli 12 anni. Perché la mafia di Salvatore Riina ha potuto maciullare i corpi con il tritolo, ma non potrà mai cancellare le idee di giustizia che, ancora oggi, continuano a camminare inarrestabili sulle nostre gambe .

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Vite Criminali

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